Giovedì 23 Luglio 2009
"BASTA PROPAGANDA, DAL GOVERNO MISURE CONCRETE CONTRO LA CRISI"
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L'intervento del Sindaco al Consiglio comunale aperto e straordinario sulla crisi economica del 22 luglio 2009 Desidero innanzitutto esprimere la mia solidarietà e vicinanza a tutti i lavoratori. Saluto in particolare le organizzazioni sindacali e le articolazioni economiche, che lavorano con le istituzioni in questa fase difficile per la società e l’economia. Abbiamo scelto di convocare questo Consiglio comunale per approfondire le caratteristiche di questa crisi perché abbiamo ritenuto che non fosse giusto sottrarci ad una riflessione su cosa fa la nostra città per affrontare la situazione, anche se si tratta – lo dico subito – di una crisi non locale e dunque non territorializzabile, né sulla dimensione nazionale, né su quella cittadina. Siamo alle prese con una crisi che non si può sintetizzare semplicemente in un crac finanziario, bensì delinea il fallimento di una idea di economia, basata sulla illusione che il mercato da solo sia in grado di determinare sviluppo, che lo Stato sia un peso, il welfare un costo e che il liberismo senza regole possa determinare tassi di crescita costanti e definitivi. Quella alla quale stiamo assistendo è la crisi del liberismo selvaggio, o del mercatismo, inteso come il “sogno della perfezione del mercato”, che ha globalizzato le monete e gli scambi, ma ha ampliato le disuguaglianze e non ha globalizzato i diritti.
Alle istituzioni è chiesto un contributo importante su come affrontare la crisi, su che modello e che idea di sviluppo perseguire per rilanciare la competitività. In questo contesto, si apre uno spazio enorme per la politica e in particolare per le politiche pubbliche. Abbiamo bisogno di più Stato e, nel nostro caso, di più Europa. Di regole, di nuove basi etiche, di valori condivisi entro i quali muoverci per introdurre le riforme strutturali di cui il nostro Paese ha bisogno. Innanzitutto dobbiamo porci una domanda: che risposte dare a questa crisi, tenendo conto che si tratta di una crisi globale, per uscire dalla quale non bastano soluzioni territoriali? Andiamo a guardare succede nel mondo, cosa hanno fatto i Governi nazionali, partendo dagli Stati Uniti, dove il presidente Barack Obama ha individuato la via d’uscita sul terreno della competitività e dell’innovazione, sull’energia alternativa e sulla riduzione progressiva della dipendenza dal petrolio, sul miglioramento della vita delle persone attraverso la ricerca biomedica, più cultura e più formazione. Scommettendo, insomma, sulla crisi come opportunità per un grande e positivo cambiamento. Si torna, in una parola, a mettere al centro il ruolo dello Stato sociale. In generale gli Stati si orientano decisamente verso un sostegno forte all’economia reale, come la Francia, la Gran Bretagna, la Germania, che hanno investito risorse vere, non populismo, puntando su formazione, università, ricerca e contestualmente in una maggiore protezione delle aree sociali più deboli.
Per debellare il virus della finanza creativa, non solo usata per produrre investimenti, bensì come perno sul quale fare ruotare tutto il sistema economico, la strada è il ritorno all’economia reale, alla produzione, all’impresa. Nel nostro circondario partiamo dalla base solida di un’economia che non si è lasciata imbrigliare dal gioco della finanza creativa, ma ha investito sull’impresa, sull’innovazione dei processi e dei prodotti, sull’internazionalizzazione. Abbiamo un sistema cooperativo che ha imboccato da tempo la strada della capitalizzazione e da questa crisi usciranno prima le imprese che avranno investito nella produzione, con regole, valori, identità.
Nello stesso tempo, soprattutto gli Stati Uniti insegnano, occorre una nuova attenzione al welfare, al sistema dei servizi, perno fondamentale dello sviluppo. Negli anni della crescita boom e del dominio della finanza sono cresciuti anche gli squilibri nella distribuzione della ricchezza, sia tra continenti – basti pensare alle condizioni dell’Africa -, sia all’interno degli stessi stati, dove la tendenza è a consolidare la ricchezza nelle mani di pochi e all’impoverimento del ceto medio.
Non si può e non si deve negare la crisi per questioni di opportunità politica.
In questo contesto il Governo italiano brilla, purtroppo, per assenza di progettualità in campo economico. l’Italia Le misure introdotte per far fronte alla crisi economica sono largamente inadeguate, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, populiste e demagogiche, ma senza una reale e concreta incidenza sul valore d’acquisto dei salari, sull’occupazione, sugli ammortizzatori sociali, sul sostegno alle imprese. Un dato su tutti: l’Italia ha investito per uscire dalla crisi lo 0,3% del Pil, contro il 3,2% della Germania e il 2,5% della Francia. Nessuno spazio per l’innovazione e la formazione: vengono anzi ridotti i fondi per la ricerca e sulla scuola si chiama riforma un’operazione di tagli e riduzioni; nulla nella direzione di una redistribuzione della ricchezza: si preferisce eliminare l’Ici ai ricchi anziché introdurre misure di equità; zero anche sul piano dell’integrazione e sulla coesione sociale: si fa leva anzi sulla paura perché è più comodo considerare gli stranieri un problema d’ordine pubblico o al massimo forza lavoro in nero per le aziende del nord-est anziché impegnare risorse nella costruzione di una società dove pieni sono i diritti di cittadinanza. Serve inoltre maggiore coesione tra i diversi livelli istituzionali: non si esce dalle difficoltà se lo Stato non investe le risorse necessarie, ma occorre anche che gli enti locali possano contribuire a far partire le opere pubbliche, ad investire per rilanciare l’economia. Voglio ricordare i lacci e i vincoli imposti al sistema degli enti locali, frenati nella loro progettualità e nella capacità di investire in sviluppo e infrastrutture a causa di un patto di stabilità rigido e punitivo e dall’eliminazione di ogni autonomia impositiva. Se questa impostazione non cambierà, non solo non avremo gli strumenti per dare lavoro alle imprese locali e far ripartire così l’economia del nostro territorio, ma non potremo neppure attrezzarci facendo leva sugli investimenti in infrastrutture e servizi, a beneficio dei cittadini e del sistema produttivo.
Occorre, dunque, lavorare su due priorità: la difesa delle fasce più deboli e il sostegno al tessuto produttivo.
Ma per fare questo servono risorse. Le risorse che la Regione Emilia-Romagna ha messo in campo anche in questi giorni, con la manovra di assestamento 2009: per quanto riguarda il welfare, la Regione aggiunge 5 milioni di euro al fondo per la non autosufficienza, mentre 5 milioni sono destinati a costituire un Fondo straordinario a tutela dei soggetti più deboli, che integrerà il Fondo sociale locale. Penso, ancora, a 4 milioni per il Fondo per l’affitto e a 3 milioni per sostenere il diritto allo studio. Ben 55 milioni sono le risorse aggiuntive per il Servizio Sanitario regionale. Per quanto riguarda gli interventi per il sistema produttivo, 5 milioni di euro andranno a rafforzare l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese artigiane, 7,5 milioni per la ricerca industriale, 2 milioni ai Consorzi fidi agricoli per l’accesso al credito delle piccole aziende, 8 milioni per riqualificare le strutture ricettive e alberghiere.
A livello circondariale ricordo l’accordo di febbraio tra Circondario, associazioni d’impresa, sindacati e istituti di credito per agevolare l’accesso al credito di imprese e famiglie. Sottolineo, oltre ai 30 milioni di euro di plafond messi a disposizione, l’importanza di un accordo fatto mettendo insieme tutti, istituzioni, associazioni, banche: restare uniti è la strada maestra per riemergere dalla crisi.
Anche a livello comunale ricordo l’iniziativa della Quarta settimana contro il carovita e l’importante introduzione dell’Isee speciale, ovvero la possibilità di accordare agevolazioni alle famiglie sulle tariffe scolastiche sulla base di modifiche reddituali intervenute nell’anno in corso, che ha permesso di allargare la platea delle famiglie agevolate, attutendo l’impatto di situazioni come la perdita del lavoro o la cassa integrazione sui nuclei con figli.
Ricordo anche il piano casa straordinario per gli alloggi pubblici (241, di cui 129 entro fine anno), per dare una risposta importante ad una grande emergenza sociale. Abbiamo fatto la nostra parte e continueremo a farla per proteggere i nuclei a basso reddito, consapevoli che sono importanti anche i contributi dell’associazionismo, perché è fondamentale che la rete sociale tenga in questa fase difficile.
Non è un caso, per venire alle situazioni più drammatiche in corso, che la crisi abbia colpito in modo particolare un’azienda come la Haworth, proprietà di una multinazionale e la Case New Holland (CNH), che appartiene al gruppo Fiat. Per la Haworth l’azienda aveva già preparato le lettere di mobilità per il personale e il Comune è immediatamente intervenuto per chiedere gli ammortizzatori, perché nel pieno di una crisi economica la chiusura di uno stabilimento è devastante, non essendo collocabile un numero così grande di lavoratori. Da subito ci siamo detti non disponibili allo smantellamento a fini di valorizzazione urbanistica dell’immobile. Ci siamo espressi senza ambiguità e con nettezza. Stesso atteggiamento anche per la Cnh, dove abbiamo chiaramente detto che l’idea di espansione internazionale della Fiat non si sposa con l’eliminazione di siti produttivi in Italia.
Purtroppo siamo consapevoli che non siamo determinanti, serve un intervento forte del Governo. Se è vero che la Fiat, grazie agli incentivi auto, ha presentato dati migliori, a maggior ragione si deve evitare che a pagare sia il movimento terra, un settore che ha assicurato tenuta finanziaria proprio quando l’auto era in crisi. Non accettiamo scelte che ledono il diritto al lavoro, per noi fondamentale.
Detto questo, non ci nascondiamo che la situazione è preoccupante. Non voglio essere considerato pessimista, tuttavia, se prevedo per l’autunno, per i mesi di settembre, ottobre, novembre, la fase più difficile e delicata della recessione economica. La cassa integrazione aumenta, ma peggiorerà in autunno e così il saldo tra imprese nate e cessate, ancora nei parametri, ma destinato a peggiorare. Urgono misure vere, non soldi falsi, non le soluzioni estemporanee come i Tremonti bond, che si sono dimostrati un fallimento completo. Serve un atteggiamento meno rigido delle banche verso le imprese, specie le medio-piccole, a sostegno degli investimenti, anche perché a rischiare di pagare i dazi maggiori alla crisi non sono le aziende meno qualificate o prive di strategia, bensì quelle che hanno fatto gli sforzi maggiori per aumentare le dotazioni tecnologiche, il know-how, le conoscenze.
Per quel che ci riguarda abbiamo fatto con il bilancio scelte chiare, ma a settembre siamo pronti ad altre misure, anche straordinarie, per aiutare chi non ce la fa, utilizzando anche i nuovi strumenti messi a disposizione dalla Regione. Siamo pronti anche a predisporre gli strumenti urbanistici se pezzi di impresa si convertiranno. Ma senza una strategia nazionale non si va avanti.
Questi sono i nostri valori: lavoro, impresa, coesione sociale, ma al Governo diciamo: misure concrete e basta propaganda.
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