Sabato 25 Aprile 2009
25 APRILE, IL SINDACO MANCA: "LA RESISTENZA FU UNA SOLA, DA QUEI VALORI E' NATA LA NOSTRA COSTITUZIONE"
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Il testo integrale del discorso di Daniele Manca in piazza Gramsci. Cittadine e cittadini imolesi, Autorità civili e militari, Associazioni tutte, partigiani Ringrazio tutti per essere qui, ringrazio in particolare l’onorevole Marchignoli e Silvia Sassi, che prenderà la parola a nome dell’Anpi, permettetemi innanzitutto di rinnovare la solidarietà della nostra città alle popolazioni dell’Abruzzo colpite dal terremoto e di ringraziare il presidente dell’Anpi, Luciano Lama, che non è presente oggi in quanto ha scelto di recarsi, con altri imolesi, in quelle terre così duramente colpite per prestare la sua opera come cuoco. Questo gesto non serve solo a garantire un pasto caldo agli sfollati, ma anche per dare loro un messaggio di speranza per il futuro. Ringraziare chi offre generosamente e volontariamente il proprio contributo per aiutare chi ha bisogno e sottolineare il loro impegno è un dovere delle istituzioni. La solidarietà scattata in questa circostanza nel nostro Paese, naturale, spontanea, nata dal basso, è frutto di quei valori e di quei principi che hanno consentito all’Italia di rialzarsi e rinascere dopo le devastazioni dell’ultima guerra. Su questi valori e principi è stata fondata la nostra Costituzione. Nel 64° anniversario, la nostra città rivive ancora una volta oggi, con profonda emozione, i giorni cruciali della Liberazione dell’Italia dall’orrore della guerra e dell’occupazione nazifascista. A pochi giorni dalla Liberazione di Imola, che abbiamo ricordato il 14 aprile scorso, il 25 aprile 1945 tutto il Paese finalmente usciva dall’incubo del conflitto mondiale e della dittatura. La gioia, in quei giorni storici, si sposava con il dolore per i lutti e le distruzioni e con la preoccupazione della difficile e lunga ricostruzione da affrontare. Una ricostruzione non solo materiale, ma anche morale e istituzionale. C’era un Paese da ricostruire, istituzioni democratiche da rifondare, un popolo intero da ricompattare intorno a valori comuni, primo su tutti il ripudio della guerra, da affermare a tutti i costi e che divenne principio fondamentale della Costituzione. Il compianto Enrico Gualandi, figlio di partigiano e partigiano egli stesso, poi sindaco di Imola dal 1971 al 1976 e deputato negli anni successivi, descrive con queste parole la desolazione di Imola nel ’45: “Vi erano i caduti da ricordare e da piangere. Un mare di distruzioni ovunque. Ero a Port’Appia quando un primo plotone di Polacchi, accompagnato da un Partigiano, entrò in città il pomeriggio del 14 aprile. Ed ho ancora negli occhi il panorama desolante di macerie dell’attuale via Andrea Costa, giù fino alla Stazione e alla Cogne. La guerra stava finendo, stavamo vivendo entusiasmanti giornate che avrebbero portato alla Liberazione di tutta l’Italia, la lunga lotta antifascista aveva vinto. Ma i prezzi pagati erano alti. Quanti non c’erano più. La tragica scoperta dell’eccidio fascista del pozzo Becca, con l’orrore delle carni straziate dei nostri compagni, ce lo ricordarono subito. Fabbriche ed interi quartieri distrutti, l’acquedotto non funzionava, non vi era energia elettrica, i ponti sul Santerno erano saltati. Era evidente che la Liberazione segnava l’inizio di un nuovo e diverso impegno”. I mattoni da utilizzare per la ricostruzione non mancavano: erano i valori che avevano animato le donne e gli uomini della Resistenza, il coraggio, la fierezza, il rifiuto a piegarsi alla sopraffazione, lo spirito di sacrificio, il senso di giustizia, l’indignazione verso ogni forma di sopruso e di volontà liberticida. In 20 anni di dittatura fascista, ogni libertà era stata soppressa. Non dobbiamo mai dimenticare la distruzione sistematica che il regime perpetrò ai danni dei partiti politici, dei sindacati, di ogni organizzazione sociale di stampo democratico e della stampa libera. L’intenzione era, chiaramente, quella di sopprimere o ridurre al silenzio ogni idea e opinione non “allineata”. Fu dunque da una situazione di profonda lacerazione e di grande disperazione che si dovette ripartire per rifondare la democrazia italiana. La Resistenza fu l’esaltazione di ciò che era presente nei sentimenti e nelle menti delle persone. Con la Liberazione, rinacque la democrazia, tornarono in vita partiti, sindacati, organizzazioni sociali. Dobbiamo però essere chiari su cosa fu la Resistenza. Ripeto: la Resistenza, perché la Resistenza è stata una sola. Non si tratta di negare il silenzio e il rispetto per tutte le vittime, anche per coloro che combatterono con il regime e che magari, con inganni, lusinghe o imposizioni, si trovarono costretti a farlo. Così come tutte le rappresaglie vanno condannate, anche quelle che magari muovevano dal desiderio di trovare scorciatoie alla riconquista della libertà e della democrazia dopo la Liberazione.Non si può tuttavia parlare di diverse Resistenze. Chi ha incarichi istituzionali e di governo deve agire con responsabilità, evitando un uso improprio delle parole, perché la Festa di tutti gli italiani, il 25 Aprile è proprio questo, non può trasformarsi nel tentativo di riscrivere i fatti o di cadere in un deleterio revisionismo storico. La Resistenza fu una, uno fu lo spirito di riscatto che animò le donne e gli uomini che combatterono per la libertà e l’indipendenza del nostro Paese! Ad essa però parteciparono diverse componenti, come ha sottolineato in questi giorni il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, citando i vari tasselli di quel mosaico che fu la Resistenza: la componente partigiana, la componente popolare, la componente militare. Non nascondo la mia sofferenza e il mio disappunto di fronte a dichiarazioni che mettono in discussione i valori e i principi della Resistenza, perché in quel patrimonio ci sono le fondamenta della Costituzione, che dobbiamo rispettare, amare, promuovere, non in maniera rituale, bensì con la consapevolezza che quei valori e principi sono tuttora indispensabili per affrontare i rilevanti cambiamenti sociali ed economici che attraversano la nostra società. E’ evidente che nella Costituzione presero corpo i valori maturati in tutte le correnti di pensiero che si opposero al fascismo e che animarono la lotta di Resistenza: valori che non furono mai sacrificati o ridotti a una pura logica di contrasto al potere, ma restarono protagonisti di una elaborazione politica che proseguì negli anni del regime e si tradussero in elementi propositivi e costruttivi. Nell’Assemblea Costituente le diverse sensibilità che avevano vissuto gli anni della lotta al nazifascismo si incontrarono e, al termine di una stagione di confronto a volte anche aspro, di forte dibattito e di mediazione non sempre agevole, giunsero a sintesi nella Carta Costituzionale, che rappresenta l’ossatura della nostra vita democratica, enuncia valori e principi, ma è anche garanzia dei diritti e delle libertà di tutti. Ecco perché non possiamo assistere, nella nostra ricerca di una dimensione condivisa dell’eredità di quell’importante pagina della storia del nostro Paese, all’equiparazione tra chi era portatore di un’ideologia di negazione dei diritti altrui, di una cultura in cui si azzerava il valore stesso della vita, se non altro di quella degli oppositori politici e delle minoranze etniche e si esacerbavano i conflitti sociali, utilizzando le diversità come elementi di discriminazione e quei partigiani che, mossi dall’amore di patria e dal desiderio di liberare l’Italia, si batterono per promuovere i diritti universali di libertà e di giustizia. E’ inaudito che si debba ancora oggi assistere ad iniziative legislative che puntano a riscrivere la storia, equiparando deportati, partigiani e fascisti. Nei prossimi giorni parteciperò al viaggio della Memoria che, come ogni anno, porterà una delegazione della Giunta e del Consiglio comunale di Imola, rappresentanti dell’Aned e un gruppo di studenti delle scuole superiori imolesi in visita al campo di sterminio di Mauthausen, per onorare coloro che trovarono la morte nei lager nazisti e affinché si rafforzi, nei giovani, la conoscenza di una pagina terribile della storia del ‘900 e la determinazione a combattere perché tutto ciò non abbia a ripetersi. Questo è l’obiettivo più alto della nostra missione e dell’onore che dobbiamo alla Medaglia d’Oro al Valore militare di cui la nostra città si fregia: promuovere, attraverso la memoria, un nuovo progetto di comunità. La nostra città conosce bene il prezzo della libertà ritrovata e vuole difenderla, per onorare i suoi caduti e tutti coloro che combatterono per essa, ma anche per preservare l’eredità di noi tutti, ciò che la nostra terra, il nostro popolo, la nostra Regione, sono diventati da quel 25 Aprile. Non dimentichiamo quanto i padri hanno fatto per tutti noi: voglio ricordare tutti i sindaci di Imola dal dopoguerra ad oggi, tutti gli amministratori, i consiglieri comunali, i cooperatori, gli imprenditori, i sindacalisti, i tecnici e i professionisti, gli operai e i commercianti, donne e uomini, che ci hanno lasciato una comunità coesa, dove nessuno è lasciato solo, ma ci si fa carico di chi non ce la fa, attraverso una rete di servizi per anziani, giovani, bambini, famiglie, di livello europeo; un distretto economico fatto di cooperative e aziende private, piccole e medie imprese, che ci ha permesso di giungere ad un alto livello di benessere diffuso e che ora, pur nella preoccupazione di una crisi insidiosa e complessa, ci fa sperare di limitare i danni e agganciare il più presto possibile il treno della ripresa. Il ricordo del sacrificio di tanti ci consegna principi e valori di straordinaria attualità e, anche nella Festa della Liberazione, non possiamo esimerci dal rinnovare la nostra vicinanza e la nostra solidarietà alle centinaia di lavoratori, giovani e meno giovani, che all’interno di una crisi economica insidiosa vedono messo a rischio il loro diritto al lavoro. Noi, la nostra città, le istituzioni tutte del nostro territorio, siamo al loro fianco nel chiedere al governo provvedimenti che garantiscano a tutti un salario minimo, secondo un principio che deve accomunare tutti i paesi civili e che assicurino l’attuazione dei diritti universali, per rafforzare il senso di comunità, tenere insieme le componenti della società ed evitare che si allarghi la forbice tra le persone, aumentando le opportunità di chi già può e riducendo la qualità della vita di chi vive in condizioni di difficoltà, sia economica che sociale. Da parte nostra continueremo a promuovere concetti per noi imprescindibili come la necessità di garantire una scuola di qualità per tutti, a prescindere dalle condizioni economiche e di un sistema sanitario universalistico, che non differenzi le prestazioni a seconda delle condizioni dei diversi nuclei familiari. Su questi settori continueremo ad impegnarci, perché gli investimenti sul sapere, sull’istruzione, in sintesi sulle donne e sugli uomini e sulle loro capacità, sono elementi fondamentali per arginare e superare la crisi, con la consapevolezza che la coesione della comunità rappresenta un valore aggiunto per le imprese e per l’intera società. Chiudo con le parole che pronunciò Piero Calamandrei nel 1955, in un discorso ai giovani: “Grandi voci lontane, grandi nomi lontani, ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione!! Dietro a ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no! non è una carta morta: questo è un testamento, un testamento di 100.000 morti Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità. Andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.
Nella foto di Gianni Sanna un momento della cerimonia
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