Sabato 18 Aprile 2009
IERI LA CONFERENZA SOCIO SANITARIA DEL CIRCONDARIO IMOLESE. MANCA: «RIORGANIZZARE I SERVIZI PER RISPONDERE ALLE ESIGENZE DI PERSONE E FAMIGLIE»
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Il sindaco di Imola, Daniele Manca, ha concluso ieri i lavori della mattinata della Conferenza Socio Sanitaria del Circondario imolese, dal titolo "Una comunità solidale. Politiche per la salute salute e il benessere sociale". Questa Conferenza rappresenta un’importante occasione per avviare una riflessione, non auto celebrativa, ma concreta, che apre allo sviluppo di un lavoro per i prossimi anni. Vorrei però prima riservare un pensiero alle popolazioni colpite dal terremoto d’Abruzzo, alle quali esprimo la mia solidarietà. Ribadisco la disponibilità della nostra città, insieme alla Regione e alla Protezione Civile, a partecipare alla ricostruzione. Poiché fa parte della nostra identità la qualità dei servizi alla persona, mettiamo ad esempio a disposizione il cliché del nido interaziendale in costruzione: se ci verrà richiesto, siamo pronti a riproporlo con le caratteristiche di quello in fase di realizzazione attualmente nella nostra città. Tornando alla Conferenza Socio Sanitaria, sappiamo bene che occorre un nuovo progetto per affrontare i cambiamenti. L’obiettivo di oggi è recepire le varie riflessioni ed elaborare un piano che porti a sintesi e tenga insieme quello che la società moderna tende a dividere. Sappiamo che è una sfida impegnativa, perché non è facile unire proprio mentre i cambiamenti in atto nella società tendono a dividere, a impaurire le persone. Dobbiamo contrastare l’ampliamento del “delta” che separa chi può e chi non può! Serve una riforma complessiva dei servizi alla persona per rispondere ai cambiamenti che abbiamo di fronte. Molti sono stati già citati oggi e io ne dico quattro: l’invecchiamento della popolazione, l’immigrazione, la contrazione dei nuclei familiari e l’indebolimento delle reti familiari, la crisi economica alla quale consegue l’aumento di forme di lavoro meno stabili e dunque del precariato. La crisi economica, in particolare, è impegnativa, perché preme sui servizi e scarica sulla comunità molti problemi. Di fronte a questo quadro non bastano risposte settoriali, né per quanto riguarda il contrasto alla malattia, né nel campo del disagio sociale. Serve invece considerare le persone nella loro globalità e ciò significa riorganizzazione dei servizi. Serve un nuovo progetto, dunque, ma questo progetto non può e non deve essere NEUTRO. Al contrario, i valori di riferimento devono essere ben chiari. In primo luogo, servono regole, a partire dall’economia. Inoltre, occorre un ruolo più forte del pubblico, nella programmazione e a garanzia de i diritti, a partire dall’universalità d’accesso ai servizi. Dico anche che bisogna dire basta alla demonizzazione della leva fiscale: il fisco non è un peso inutile, un orpello, bensì uno strumento per garantire i servizi. Non possiamo consegnare i servizi sociali e sanitari al mercato, altrimenti si creano discriminazioni tra chi può e chi non può e rotture insostenibili nelle nostre comunità, a scapito dei valori fondamentali. Il primo Piano sociale e sanitario della Regione ha introdotto il concetto di integrazione, che è ormai una necessità, a tutti i livelli. Integrazione tra distretti, integrazione tra istituzioni, integrazione tra servizi e tra operatori, integrazione tra servizi ospedalieri e medicina territoriale. Nel nostro territorio abbiamo avviato in anticipo rispetto a tutti gli altri un’importante riforma della governance, rafforzando la programmazione sociale e sanitaria in un unico ente, che è il Circondario, grazie alla piena coincidenza dei distretti sanitario e sociale. Il principio cardine della riforma è mettere al centro la persona, ma non basta dirlo soltanto per realizzarlo, né bastano le risposte settoriali. Sappiamo che partiamo da livelli molto alti di copertura dei servizi, tra i migliori su scala nazionale e anche europea. La risposta più importante che dobbiamo dare è alle famiglie. La nostra è una visione del welfare diversa da quella del Governo, da provvedimenti come la social card, provvedimenti dei quali nessuno valuta mai la portata, né a chi e quanto servono, senza dimenticare che, con strumenti come questi, si creano inutili duplicazioni di competenze. La nostra visione non è quella di un welfare caritatevole, bensì di un welfare che cerca di unire e ridurre le distanze tra chi può e chi non può. Giustamente prima il professor Amendola sottolineava che nel territorio imolese non ci sono periferie, non ci sono ghettizzazioni, ma si è lavorato per uno sviluppo armonico e sostenibile. Serve un ruolo forte del pubblico, dicevo prima, ma da solo non basta. Il pubblico deve garantire e promuovere l’universalità e rendere esigibili i diritti. Ma non si costruisce la riforma escludendo e rendendo marginale il terzo settore, la cooperazione sociale, il volontariato! L’integrazione è il primo pilastro, dunque, ma attenzione: non servono misure demagogiche e populiste, bensì la possibilità di far fronte ai nuovi problemi, alla non autosufficienza che cresce. Il fondo regionale cresce di anno in anno, ma sarebbe necessario poter mettere mano alla leva fiscale, perché è giusto che i redditi alti possano contribuire un po’ di più a dare una mano a chi non ce la fa.
Non possiamo non accorgerci che ci attendono nuove sfide e che la manutenzione ordinaria non basta. Il nostro ospedale è cresciuto, l’abbiamo visto anche nel video, ma dobbiamo continuare a lavorare per aumentare l’integrazione anche dentro l’ospedale, tra i vari reparti, sulla sfida dell’appropriatezza, su un nuovo processo di riorganizzazione. Stessa cosa per quanto riguarda la non autosufficienza. E’ vero, come si diceva prima, che la crescita del welfare dipende molto dalla nostra capacità di rispondere sulla domiciliarità. Le sfide per la nostra comunità si vincono dal basso, migliorando le relazioni tra cittadini, facendo leva su un volontariato ampio, prezioso, diffuso. La solitudine si contrasta con le relazioni. Nel rapporto con i privati, puntiamo molto sull’accreditamento. Deve finire la stagione degli appalti, al ribasso. Sull’accreditamento la cooperazione sociale deve riqualificarsi, potenziando la formazione. Come amministratori siamo consapevoli che il nostro ruolo è quello di scegliere le priorità e le scelte le abbiamo fatte, nei nostri bilanci, tagliando i costi di funzionamento dei nostri enti e dandoci come priorità la spesa sociale. Teniamo conto, nella riforma, che il disagio non può più essere considerato per settori: giovani, anziani, disabili. Il disagio è familiare, lì servono gli interventi. Servono gli ammortizzatori sociali, per chi perde il lavoro e si ritrova a reddito zero: non può succedere in un Paese civile, altrimenti la flessibilità diventa degrado e precarietà. Occorrono più risorse alla scuola e al sapere, anche per chi perde il lavoro serve più formazione. Questa città è stata capace di non alzare muri, di produrre incontro e integrazione da sempre, basti guardare la salute mentale. Anche l’immigrazione, nella legalità, per noi è una ricchezza, non un problema. La parola d’ordine, dunque, è UNIRE. Tocca ai gruppi dirigenti ora lavorare, riorganizzare per dare risposte: su questo saranno valutati. Anche sui Piani di zona garantiamo verifiche costanti, perché siamo convinti che l’universalità si regge solo se si riesce a contrastare l’inappropriatezza e se l’integrazione tra ospedale e medicina territoriale, sul quale già si concentra oltre il 50% delle risorse, sarà piena. Il nostro circondario ha tutte le potenzialità per farcela, con la qualità urbana, l’alto livello della progettazione, la qualità dei servizi, le potenzialità del nostro terzo settore e del volontariato.
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